A Londra con Filippo.

Filippo e Alex a LondraAd aprile, o forse a maggio, ho ricevuto una email da Alitalia, nella quale mi si comunicava che avevo delle miglia in scadenza. Le famigerate mille miglia. Era un po’ che avevo voglia di farlo, e quindi ho approfittato, prenotando un week end a Londra, soltanto: Filippo e me. Ero un pò preoccupato del fatto che un bambino di 10 anni e mezzo, potesse annoiarsi in una città dove c’è da visitare monumenti e dove non capisce una parola di quello che si dice intorno a lui. Avevo paura che si annoiasse e, per questo, ho cercato di studiare delle mete che potessero interessarlo. Risultato? E’ stato un week end bellissimo. Siamo tornati ieri sera, e stamattina era ancora tutto eccitato. Scoprire che esiste un paese, e viverlo, dove c’à ancora la regina, “più vecchia di nonna”, che vive in un castello grandissimo al centro di Londra e che i londinesi chiamano, scherzosamente: “Jurassic park”; i gioielli della corona; un museo dove poter osservare quei dinosauri, di cui aveva solo potuto vedere le foto sui libri. Tutte queste cose, queste emozioni, lo hanno riempito. Arrivavamo in albergo alle 20.30 e alle 21.00 già dormiva. E’ stato una spugna, ed ha assimilato tutto come solo i bambini sanno fare. Ad un certo punto, osservando quello che aveva intorno, mi ha chiesto: “ma gli inglesi sono più avanzati di noi?” Questo la dice lunga su quale capacità di analisi, e di critica si ha a quella età. Rivedere la torre di Londra con lui è stata un’esperienza unica. Osservarlo al Natural History Museum interagire con la conoscenza (perchè li, nei musei, s’interagisce), mi ha fatto capire tante cose che mi erano sfuggite, o forse avevo sottovalutato. L’esperienza che lo ha affascintato di più è stata il giro della città su un mezzo anfibio. Un imprenditore inglese ha rilevato, dall’esercito britannico, una ventina di vecchi mezzi da sbarco della seconda guerra mondiale. Alcuni di essi sono anche stati usati nel D Day. Con questi mezzi, fanno il consueto giro di Londra, e poi si “tuffano” nel Tamigi. Un’esperienza davvero insolita, soprattutto per un bambino che, come tutti a quell’età, adora macchine, le moto e tutto quello che si muove. Debbo dire che ci ha molto aiutato anche il tempo. Sono stati due giorni di sole e di caldo, inusuali per la grigia Londra. Gli ho raccontato anche chi erano i Beatles, e che cosa sono stati per tutta la musica rock mondiale. Gli ho fatto sentire Hey Jude e Imagine. La visita ad Abbey Road, è stata d’obbligo a quel punto. Quanto ci siamo divertiti. L’esperienza sugli autobus a due piani me l’ha fatta ripetere ogni volta che è stato possibile. Giustamente mi ha fatto notare che: “la metro sarà anche più veloce, ma vuoi mettere quello che si vede dal secondo piano dell’autobus?” Come dargli torto. Tornando, grazie alla bontà di Alitalia, abbiamo viaggiato in business class. Mentre faceva merenda con gamberetti, salmone e focaccia calda, mi ha detto: “ho deciso papà, da domani si viaggia solo in prima classe”. Mi ricorda tanto una persona, che da un paio d’anni frequento assiduamente. Ho deciso che farò il possibile, ma almeno un week end all’anno da solo con Filippo, in giro per il mondo, me lo farò. Almeno fino a quando non inizierà a considerarmi uno di quei dinosauri che tanto adora.

Non capisco più….

…ho forse non ho mai capito. E’ un brutto periodo per tutti. Sicuramente non per tutti, ma certamente per molti. I miei genitori mi hanno sempre inculcato: i sani principi, i valori, la buona educazione, ma forse hanno sbagliato tutto. Il risultato che hanno ottenuto è che il loro figliolo, è venuto fuori un tipino a modo, che rispetta le regole, di sani principi e radicati valori; ma, l’impressione che ho è che, in questo mondo, tutta questa positività rischia di farti diventare un perdente. Viviamo in una società competitiva, fondata su falsi moralismi e senza alcuna regola di base. Non solo, chi dovrebbe far rispettare le regole, anche quelle più comuni, più banali, più semplici: o è impossibilitato a farlo, oppure, nella maggior parte dei casi, è disinteressato. Risultato, i disonesti perpetrano reati, e non gli succede nulla. Gli onesti, quelli che pagano le tasse, i fornitori, i propri collaboratori, le bollette, sono inermi. Senza difese, e nessuna possibilitò di attacco. Sempre più spesso ho voglia d’iniziare a non rispettare più le regole, i paletti. Andare oltre, e anche contro, quella morale che da sempre ho coltivato. Ho sempre più voglia di far uscire tutta la parte peggiore di me, e misurare i risultati che questa riesce ad ottenere. Non è possibile che sento parlare di spred, di legge elettorale, o dei battibecchi tra questo, o quel politico, mentre non si sente alcun dibattito su come cercare di rendere migliore questa società, questo nostro paese. Non è chiaro a tutti che se non si ristabiliscono le regole di base, questo paese non si riprenderà mai. L’altro ieri mi sono sentito dire dall’avvocato che sta intentando una causa contro una tipa che ci ha truffato: “…questa non ha nulla da perdere, non riprenderai mai quello che ti ha sottratto.” Ma porca miseria, allora basta non avere nulla, intestare tutto quello che si ha ai propri figli, mogli, compagne, genitori, e si può delinquere senza problema. Ma perché per i reati civili, nella Paperopoli in cui viviamo, non si può far in modo che chi ruba: VADA IN GALERA?? Io non sono quello che si dice un giurista, ma  sarebbe molto semplice. Chi viene riconosciuto colpevole di un reato civile, dopo i nostri tre gradi di giudizio che hanno solo il potere di allungare il brodo, in uno stato  pregnato di garantismo bieco e ottuso, o paga, oppure finisce ai lavori socialmente utili. Lo mettiamo a costruire le strade, oppure a potare i giardini, oppure a raccogliere l’immondizia nelle strade, gli si paga uno stipendio, ovviamente sottratto del vitto e l’alloggio che il carcere passa al detenuto, e poi il resto deve occorrere a pagare il debito che il furfante in questione ha prodotto con il suo operato. Molto semplice direi. Il risultato sarebbe triplice: il primo effetto un deterrente a delinquere; il secondo risultato, una soddisfazione di chi si è visto, ingiustamente, sottratto un proprio bene. In ultimo, ma non da ultimo, il furfante, imparerebbe un mestiere. Invece no. In Italia, un paese che fa parte degli otto stati più industrializzati, non funziona così bisogna sobbarcarsi in una causa, che durerà quanto il ciclo di studi, università compresa, dei propri figli. Facendo arricchire avvocati e consulenti, per arrivarsi a sentir dire dopo: “…hai vinto la causa, ma non ha nulla da perdere. Accontentati della magra soddisfazione di aver vinto.” Non ci sto più. Bisogna dare a questa gente la morte civile. Si deve far in modo che questa feccia non abbia più la possibilità di offendere, di ledere il prossimo. Altri stati, molto più civili di noi, se sei un delinquente non la passi liscia come qui da noi. Se poi sei recidivo le pene diventano molto, ma molto, esemplari. Dobbiamo mettere in sicurezza tutte le persone oneste che ci sono nel nostro bel paese. Dobbiamo proteggere tutte quella gente che si muove nello stretto recinto delle regole, del vivere civile. In uno stato civile è sicuramente più alto il livello di libertà, oltre alla voglia di costruire qualcosa. Il desiderio di tante persone con le quali mi confronto, non è più quello di costruire qualcosa qui, in Italia, ma bensì è quello di andarsene. Me compreso. Non è un bel segnale.

L’assenza.

Dove sei. Ti cerco, ti chiamo, ma Te non rispondi. E’ dalla vigilia di Natale che non mi dici più nulla. Ti ho forse fato qualcosa? Non puoi pensare di essere il riferimento, la guida, di qualcuno e poi sparire così, da un giorno all’altro. Ho tante cose da dirti, ho tanti consigli da chiederti. Per colpa tua ho una rabbia dentro che non riesco a far affievolire. Dopo che te ne sei andata, ho pensato che con il tempo tutto sarebbe migliorato, ma niente. Sei un’assenza troppo ingombrante, nella stessa misura in cui eri discreta quando eri qui. Il tuo non esserci riempie tutti gli spazi, ogni minuto della mia vita. Questi 8 mesi, o poco più, sono trascorsi lenti inesorabili. A volte ti vedo, accucciata sul pavimento di marmo, dove una volta c’era il corridoio, e io sono sulle tue spalle. Facevamo il cavallino ricordi? Poi mi giro e te sei li. Tieni la testa a Nonna Caterina. Quanto è magra, quanto ti somiglia. Ora sei seduta con Filippo, sul parquet di casa, nel salone, ricordi? Stai giocando con le costruzioni. Quanto gli manchi a questo bimbo. Le costruzioni rimangono uno dei suoi giochi preferiti ancora oggi. E a te sembra giusto fare questo gioco? E’ stupido! Non puoi sparire così. Ti ricordi quante discussioni? Quanto mi facevi arrabbiare! Dovevi sempre dire l’ultima, ed era sempre diversa dalla mia. Ma quanto darei per darti ragione. Almeno una volta. Anche perchè molto spesso avevi ragione sul serio. Una sola volta, darei la mia vita per riaverti qui a cena una sera. Ricordi quante cenette io e te, mentre papà se ne andava sempre al solito posto? Non ne facevo neanche una giusta secondo te, ma eri sempre li a spronarmi. Eri la mia più grande detrattrice e la mia più grande tifosa. Troppo tardi ho capito che quelle tue critiche erano solo per far uscire il meglio di me. Te mi hai regalato un patrimonio di capacità, e volevi solo che togliessi il freno a mano. Volevi solo che non mi accontentassi delle mediocrità. Qui non è finito il tuo lavoro. Te ne sei andata senza neanche vedere i miei geranei. Sono bellissimi. Colorati e vari, come piacciono a te. Certo non sono belli come i tuoi, ma è un buon inizio. Sono diventato proprio bravo a fare le lavatrici. Ancora non stiro, ma penso che non lo farò mai. Daniele è sempre stato più bravo di me a farlo. Ma Daniele è più bravo di me a fare molte cose. Benedetta cresce e gli manchi. Perchè non torni? Maria Chiara è ancora più bella. Si avvicina sempre di più all’adolescenza. A Silvia servirà il tuo aiuto quando ci arriverà, quell’età per una bambina è particolare. Quanto ti assomiglia Silvia. Non fisicamente, è sempre di più – tutto – papà, ma si muove come te. Riesce ad organizzare tutto ed apparentemente è forte. Come può essere forte un albero di fronte all’uragano più grande. Perché il fatto che te ne sei andata è come quell’uragano. Si può essere forti con tutto e tutti, ma poi arriva quell’assenza che ti annienta. Angelino va come un treno. Corre sempre e mangia da far paura, ma non ingrassa. A Filippo, gli manchi. Gli manca la nonna, quella che ha voluto salutare dalla finestra a Tor Vergata, ricordi? Ti sei sistemata i capelli, hai preso il telefono per parlare con lui (era troppo lontano e te troppo debole) e dalla finestra lo guardavi, e parlavi con lui. Cresce mamma, sta crescendo bello come il sole. Ha tanta voglia di vivere e ho l’impressione di non essere abbastanza per lui. Abbastanza forte, abbastanza bravo, abbastanza papà. Dopo che te ne sei andata mi sembra che passo troppo poco tempo con lui, troppo poco tempo per lui. Vorrei essere la metà di quello che te sei stata con me. Sarei il miglior padre del mondo. Altre volte mi sembra di vederti al mio fianco, sul divano, come se partecipassi ai miei pensieri, senza renderti conto di esserne parte. La parte più grande. Tutto si sarebbe potuto risolvere quando sapevo dove chiamarti, dove cercarti. Te c’eri. Ora è tutto più difficile. Le salite sono più ripide, le discese burroni. Papà fa finta che non è cambiato nulla, ma te gli manchi. Non ha mai saputo dimostrartelo, ma senza di te non è nulla. Fa finta di essere impegnato, ma gira a vuoto. Anche Daniela vorrebbe condividere con te delle cose. Sai è una ragazza fantastica, per certi versi vi somigliate. Non sto qui a dirti quali, ma vi somigliate. Vorrebbe parlarti ancora, come quella mattina che sei venuta a prenderti il caffè. Lei ti conosce da quello che gli racconto io, da quello che gli racconta la gente che ti conosce, ma non è la stessa cosa. Lei vorrebbe parlarti. Sai Daniela è un pò lenta, ma quando inizia a darti, non la finisce più. E’ come te. Ti sei lamentata con Silvia che non vengo mai a trovarti. E te? Ti ricordi quel week end a Pavia? Te, Filippo e me. Che bel week end. Quello che doveva essere un viaggio per andare a consultare un medico, un luminare, si è trasformata nella vacanza insieme, che non facevamo più da troppo tempo. Quel dottore ha detto che voleva darti una qualità della vita migliore. Perché non gli hai dato il tempo di farti aiutare? Con te, è andato via un pezzo di me. Se non torni, non potrò essere più lo stesso. Torna, non albergare solo nei miei pensieri, accompagnami almeno nei miei sogni. Non può esserci un posto dove te possa resistere, lontano da tutti noi. Sei proprio un’egoista, o forse lo sono io. Forse sei solo stanca, stai riposando. Mentre aspetto che torni, al mare, uso il tuo accappatoio. Asciuga da schifo e non ha il cappuccio, ma almeno quello mi fa sentire vicino a te. Ti prometto che se torni sarai come una regina. Ci sarò io a vegliare su di te. Non dovrai più stancarti, non dovrai più correre per tutti. Riposa mamma, se ne hai bisogno riposa, ma appena puoi torna, torna presto, tutti noi ti aspettiamo.

Le contraddizioni della nostra società.

In questi giorni sto seguendo tutta la storia relativa al calcio scommesse. Come sempre capita questi fatti danno lo spunto per fare delle considerazioni molto più ampie. Mi sono ripromesso di non parlare mai di politica nel mio blog, e manterrò questa promessa. Ma quando in una società così detta civile, in uno Stato come il nostro, in un momento così delicato, sia dal punto di vista sociale, che economico qualcuno, che guadagna centinaia di migliaia di euro l’anno, si permetta di fare illeciti per la sola sete di avere di più. Non è solo riprovevole delinquere, ma lo è ancora di più in quanto fatto non per esigenza. Ai colpevoli, e solo a loro, la condanna che vedo adeguata è quella dei lavori socialmente utili, a mille euro al mese. Tornando ai calciatori, o ai dirigenti delle squadre coinvolte, leggevo i nomi degli indagati o degli arrestati, e spiccano personaggi come: Mezzaroma, Mauri, Conte, Criscito, Sculli, e molti altri meno noti. Ma come caspita si fa a, non avere problemi economici, e mettere a rischio il futuro proprio, della propria famiglia, oltre alla reputazione e alla fiducia di migliaia di persone, per avere di più del già tanto. Guadagnano tutti delle cifre esorbitanti, ed in più fanno un lavoro bellissimo, invidiato da ogni adolescente. Il presidente del Siena, per esempio, c’è partito da Roma dove fa il costruttore e guadagna milioni di Euro, per andare a combinare incontri per arrivare in seria A. Calciatori e ex, amati e rispettati come divinità antiche, che si abbassano ad un livello veramente infimo. Ora chiaramente vanno attese le sentenze dei giudici: ordinari e sportivi, ma anche nel mondo del calcio, per risistemare tutto, andrebbe attivato uno tsunami. Andrebbero azzerati sia i vertici delle società colluse, che quelli federali. Lo sport dovrebbe trasmettere valori, invece è al livello dei nostri più bassi politici. Abbiamo potuto leggere con quale facilità, i dirigenti amministrativi dei partiti politici, senza alcuna differenza di schieramento e credo, manipolino i nostri soldi, perché sono i nostri soldi, per farci il loro porco comodo. Comprano diamanti, case, finanziano attività extra politiche e forniscono “paghette” ai figli dei leader, fanno vacanze su yacht da milioni di euro in cambio di appalti e chissà quante altre cose alle nostre spalle. Questi sono gli esempi che i nostri figli hanno. Ed un genitore, che già fa fatica a confrontarsi ogni giorno con le sollecitazioni che arrivano ai nostri figli, cosa dovrebbe fare? Cosa dovrebbe insegnargli? La tentazione sarebbe quella di reagire contro: non si va a votare, non si partecipa a quello, non si compra quell’altro. Ma è sbagliato! Non si costruisce niente essendo solo contro. Ma nel nostro paese, in questo momento, non ci sono neanche le premesse per ricostruire. Mio nonno mi diceva sempre che quando la vigna non dava più il frutto, andava distrutta, bruciata e ripiantata. Solo così si sarebbe potuto sfruttare la terra, di per se, fertile. Cosa altro ci debbono fare per iniziare a distruggere la vigna? La terra è fertile. In Italia ci sono tante piante che vorrebbero dare dei frutti, ma non vengono messe in condizione. Forse è ora di reagire, e non di mettere la testa sotto la sabbia. Qualche segnale all’orizzonte pare esserci, ma non basta. Serve un cambio radicale di mentalità. Non è giusto che ognuno di noi covi nel cuore il desiderio di lasciare questo stato, a favore di altre nazioni, in cerca di quello che invece dovremmo pretendere qui. Ci ho pensato tante volte, ma un po’ mio figlio, un po’ la certezza che la mia patria mi mancherebbe troppo, non mi hanno mai fatto maturare la reale voglia di andarmene. L’auspicio che mi faccio è quello che, la maturità di ogni cittadino onesto, faccia venir voglia, o renda necessario, a chi non lo è di fuggire da questo nostro stupendo paese. Per il momento gioco e seguo il rugby, non il calcio.

L’emozione di un’emozione.

Il week end scorso, la squadra di Filippo, l’under 10 dell’ASD Mini rugby Frascati, ha partecipato al Torneo Brugato. Un evento che, oramai da anni, si svolge presso il centro sportivo dell’Acqua Acetosa. Anche quest’anno il torneo si è svolto in un contesto, nel complesso, sicuramente molto piacevole. I ragazzi poi, hanno preso la manifestazione nella maniera giusta. Il sabato hanno giocato tre incontri vincendoli tutti. Hanno battuto avversari di tutto rispetto come: le Fiamme Oro o la Primavera Rugby. Mi ha molto colpito lo spirito, la grinta con il quale tutti hanno affrontato questo impegno. Ogni volta poi che osservo il viso di mio figlio, la classica faccia d’angelo, con gli occhioni da cerbiatto e capelli biondo-rosso, e poi osservo lo stesso viso in campo, debbo mi fa un po’ strano. Un bambino, sicuramente vivace, ma decisamente a modo, che si trasforma in un piccolo Parisse. Un guerriero che placca e ruggisce all’avversario come il più consumato dei rugbisti.

Frascati Under 10

Il dream Team

Tutto il torneo, ha avuto da parte di Filippo e di tutti i suoi compagni, un motivo comune: la grinta. Hanno affrontato anche gli incontri per accedere alle finali, che si sono svolti la domenica mattina, con una carica agonistica impressionante. Non comune in bambini di dieci e nove anni. Correvano su tutte le palle, placcavano anche le mosche che passavano di li per caso, facevano indietreggiare tutti gli avversari. Uno spettacolo. Ma questo punto di vista può sembrare esagerato, pare visto con gli occhi di un padre che osserva il figlio. Un signore di Rieti, ed era li per assistere al torneo del nipote, passava vicino al campo dove si svolgeva l’incontro della domenica tra: Frascati e Tor Tre Teste. Si è fermato a vedere tutta la partita, e mi ha confessato di aver visto poche squadre, formate da bambini di quell’età, giocare in quel modo, come stava giocando il Frascati. Ovviamente di questo va dato merito agli allenatori, ed anche alla società, ma ritengo che il materiale umano che stanno plasmando è di altissimo livello. La domenica mattina si è conclusa con un risultato decisamente al di sopra di tutte le più rosee previsioni. La squadra di Filippo aveva vinto tutte, e dico tutte, le partite, giocando un bellissimo rugby. Molto “Frascatano” come stile, incentrato sul contatto fisico, la difesa, la vittoria dei punti d’incontro, ma anche molto intelligente nelle soluzioni d’attacco. Quella striscia di bei successi, ha permesso di accedere alla finale per il primo e secondo posto, che si sarebbe giocata sul campo centrale, alle 16.00. La soddisfazione era talmente tanta che ho chiamato mia sorella per raccontargli l’impresa, e lei, munita di marito e figlie, è venuta a vedere il nipote che avrebbe disputato la finale. La giornata era caldissima, e dopo pranzo la temperatura quasi estiva si è fatta sentire tutta. L’emozione di questi piccoli uomini di 10 anni era tangibile, anche dagli spalti. Con la manina sopra la fronte, a ripararsi gli occhi dal sole, tutti davano uno sguardo alla tribuna gremita. Quasi a cercare, il genitore, l’amichetto, la cugina, sicuramente tutti osservavano la quantità di gente che li stava guardando. Prima di disputare la loro finale, ci sono state quelle della under 6, e poi dell’under 8 (dove per altro il Frascati ha vinto). Hanno passato questi minuti facendo una serie di esercizi di riscaldamento, ma con un occhio erano sempre li: tra il campo da gioco e le tribune. Ad urlare saremo stati forse in 2.000, il clima era bellissimo, e lo spirito quello giusto. Entrano in campo. Sono tesissimi. Si urlano qualcosa d’incrompresibile tra loro, un po’ per darsi le posizioni, un po’ per cercare di sciogliere la tensione. Anche io sono emozionato. Calcio d’inizio ed è subito partita vera. Bellissimi scambi dall’una e dall’altra parte. Scatti e placcaggi a raffica. Il Frascati, a mio avviso, gioca meglio ma prende due mete, una di seguito all’altra, per distrazione (emozione). Sabato, ma anche la mattina della finale, non le avrebbero prese. Lorenzo, il loro allenatore, urla qualcosa ed è il meta per noi. Ma sul calcio di rimessa, perdiamo la palla e vanno sul tre a uno. Filippo lotta come un leone. Si vede che la sente quella partita. Prende un placcaggio, e gli fa male, ma non esce. Non ne ha la minima intenzione. In quella finale vuole esserci. Lui, che non è un gran placcatore, ne fa tanti. In un’azione ne prende tre. Arriva la meta che porta il risultato sul tre a due. La fa Matteo, un bimbo che a guardarlo non dovrebbe fare questo sport, ed invece placca e segna come Masi. Finisce il primo tempo. L’acqua è la prima cosa che vanno a cercare. Fa caldo ed hanno tutti corso tantissimo. Bevono, si bagnano i capelli. Lorenzo li stimola al punto giusto. Sono li tutti seduti intorno al loro allenatore e lo ascoltano con attenzione. Rientrano in campo ed è subito pareggio. Il mio cuore dice che ce l’avremmo fatta. Dopo quella meta, ho rivisto nei loro occhi la voglia e la determinazione che avevo visto per tutto il torneo. Come una doccia fredda è arriva la meta del quattro a tre degli avversari, che ha letteralmente bloccato le gambe dei nostri ragazzi. Non fanno in tempo a capire cosa è successo, che ne subiscono subito un’altra. Sul risultato, a quel punto, acquisito, non hanno però smesso di lottare. Questo sport t’insegna tre cose fondamentalmente: la prima che per fare pochi metri devi fare tanta fatica, la seconda che per avanzare devi avere il sostegno del compagno, e la terza, a mio avviso la più importante, a non mollare mai. Loro non lo hanno fatto. Hanno finito la partita sulla linea di meta degli avversari, senza riuscire a farla. Che bellissimo esempio per tutti quegli adulti sugli spalti. Il vero insegnamento, come capita spesso, ce lo hanno dato loro. Se  noi, così dette persone mature, mettessimo in pratica nella vita quello che abbiamo potuto vedere sul quel campo, da quei venti piccoli uomini, andrebbe tutto decisamente meglio.

Fase di gioco

Roma Primavera – Frascati

Ma poi succede quello che non ti aspetti. Sono sceso dagli spalti, e mi sono avvicinato a Filippo, e ai suoi compagni, per andargli a fare i miei complimenti. Se li erano veramente meritati. E ho trovato quei tredici leoni: a piangere. Filippo era un fiume in piena, non riusciva a fermarsi. Gli occhi gonfi, i singhiozzi, per quel risultato che non erano riusciti a portare a casa. Il manuale del bravo papà, in quelle quelle circostanze recita che bisogna rassicurare il proprio figlio e spiegargli che la vita va così: a volte si vince, e a volte si perde; in ogni caso bisogna essere forti ed accettare il verdetto del campo. In parte l’ho anche fatto, ma anche io con le lacrime agli occhi. Solo in quel momento, ho capito quanto quei ragazzi fossero veramente un gruppo, un bel gruppo. Ma soprattutto quanto contava per loro vincere quella partita. Quel rettangolo di gioco, per loro, era il frutto di due giorni di sforzi; tutti quegli scatti, quei placcaggi erano mossi da uno spirito superiore che li ha uniti, sin dall’inizio del torneo, ma forse anche da prima. Mi era già capitato di piangere per mio figlio, o anche condividere uno suo stato d’animo. Non mi era mai capitato di piangere con mio figlio.

…un pranzo particolare…

E’ un periodo molto particolare. Un po’ per lavoro, un po’ per lontananza, un po’ per l’incastro, non sempre perfetto, delle cose della vita, non riesco a vedere Daniela come vorrei. Oggi mi ero messo in mente di pranzare con lei, a qualunque costo. La capacità che alcune persone hanno di stupirmi è senza limiti. Lei è una di queste persone. Ed è bello essere stupito. Ero, ovviamente in ritardo, e mi è arrivato un sms che recitava, più o meno, così: ” ci vediamo davanti al cinese, penso io alla tua insalata”. Essendo all’EUR, non poteva che essere quello in viale America. Arrivo in moto, lei era già li. Aveva in mano tre buste. In una, ovviamente, la mia insalata, nella seconda il suo riso alla cantonese, e nella terza una coperta ultra-tech, acquistata da Decathlon l’ultima volta che era uscita a

EUR

Laghetto

fare compere. Mi stava portando a fare un pic nic sulle sponde del laghetto dell’EUR. A parte scoprire che non eravamo i soli, e che le sponde di quel lago sono vissute come Central Park in estate, mi ha fatto fare una cosa che non facevo da forse 20 anni. Un pic nic. E nel pieno centro della Roma del terziario. Nel giro di un minuto aveva steso la coperta, sistemato il cibo e si era seduta, togliendosi le scarpe. Abbiamo mangiato, chiacchierato, e poi ci siamo sdraiati per un po’. Quanto è stato piacevole chiacchierare, li e così, con quel sole, con quel clima.

Troppo poco tempo però. L’unica nota stonata di quel pranzo è stata il poco tempo. Sarei rimasto sdraiato li tutto il pomeriggio.

Una mattina di ordinaria Italianità

Tornare dal Belgio ė stato già di per se dura, ma ripiombare nelle inefficienze di questo paese e delle aziende da esso controllate, fanno crescere in me la voglia di andar via. Stamattina, dovendo prendere il treno alle 8.00 dalla stazione Roma Termini, ho pensato di fare il bravo cittadino. Invece di prendere la macchina, evitando d’intasare le strade e d’inquinare, mi sono svegliato un po’ prima, per andare con il treno da Frascati. Arrivo alla stazione alle 6.15, acquisto il biglietto e mi metto a leggere il giornale. Alle 6.30, ossia quattro minuti dopo l’orario della presunta partenza, un messaggio dal megafono annunciava che il treno per Roma Termini era stato soppresso. Il motivo: un guasto. Ma io dico, ė mai possibile che non si riesca a dare un annuncio qualche minuto prima??? Ritorno a casa, ovviamente sempre a piedi, prendo la macchina trafelato e, come una furia, arrivo a Ciampino, lasciando la macchina a rischio multa e sperando che passi un treno per la stazione Termini. Quando alle 7.09 salgo sul treno che mi porta a Roma, mi accorgo della situazione a cui sono costrette centinaia, migliaia di persone, tutti i santi giorni. Il vagone dove salgo, oltre ad essere strapieno, fa schifo. Non trovo altri agettivi. Sporco, vecchio, sembra di essere in un paese del terzo mondo. E se immagino che gran parte di quelle persone debbono subire questo stato di cose tutti i santi giorni, mi chiedo: ma voglio veramente che mio figlio cresca, studi, impari l’educazione civica in questo paese? Come facciamo a continuare ad essere innamorati della nostra patria? Cos’altro ci devono fare per iniziare ad urlare: basta!!!

Ciao mondo!!

Da oggi ci sono anche io…è tanto tempo che ci penso, ed ora ho trovato la voglia e il tempo di voler mettere i miei pensieri on-line.

A presto.

Alessandro