Avatar di WhyneIl wine blog di Fabio & Angelica

L’avessi detto un anno fa, non ci avrebbe creduto nessuno. L’avessi detto 10 anni fa mi avrebbero preso per scemo. Oggi lo dico e, lasciatemelo fare, con un senso misto di orgoglio e gratitudine.

E’ arrivato e passato il primo torneo di rugby giocato. Di quello vero, che purtroppo si fa poco in allenamento, dove raramente si provano placcaggi e contatti. E diciamolo pure, per uno privo dei fondamentali, può esser bello ma anche creare timori. E’ successo tutto questo. E’ stato bello, bellissimo e ho avuto timore, ma già oggi non vedo l’ora di rifarlo.

Ma la cosa che più mi ha colpito sono stati i miei compagni di squadra. Ieri li ho veramente sentiti così. Da loro solo incitamenti e incoraggiamenti, mai un rimprovero, seppur bonario e costruttivo. Non lo so, forse hanno capito quello che sentivo.

Quello che sento oggi è: passione, amicizia e senso di appartenenza…

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Birra Kwak

Nella mia ultima trasferta Belga, ho avuto modo di assaggiare, una birra scura decisamente sopra la media. La Kwak.  La denominazione completa è Pavel Kwak. Il nome di questa birra deriva dal locandiere, proprietario della taverna De Hoorn, dove, nel XIX secolo, si fermavano molti cocchieri ai quali serviva questa birra scura e forte.

Kwak

Tipico bicchiere.

Quando Napoleone stabilì che i cocchieri non potevano più bere birra insieme ai passeggeri, certo in un calo delle vendite, Pavel Kwak, ideò un originale bicchiere che aveva la qualità di poter essere appeso alla carrozza attraverso un apposito sostegno. Questo tipico bicchiere, oltre a rendere caratteristica l’esperienza della degustazione, è divenuto, nel tempo, un segno distintivo di questo marchio. Tale espediente, oltre a non far perdere clientela all’intraprendete locandiere, è un po’ il simbolo di questo marchio. Infatti i cocchieri hanno potuto continuare a gustare questa pregiata birra, senza doversi allontanare dai loro carichi. Ancora oggi, dove il cocchio non è più un mezzo di trasporto comune, il bicchiere viene usato, e rende la degustazione di questa birra un’esperienza insolita e caratterizzante. Non nascondo di averne comprati due per casa.
 Prodotta in Belgio nella località di Buggenhout, la Kwak è una birra doppio malto da 17,5° saccarometrici, ad alta fermentazione e si presenta di un bel colore ambrato vivace e con una delicata schiuma, fine, persistente e davvero piacevole. All’olfatto risulta caramellata, fruttata ed un pò speziata, si distingue il sentore di malto che la rende ancora più invitante. Al palato offre un caldo aroma di caramello, di malto, e di frutta matura finendo con un retrogusto amaro che invita subito ad un altro bicchiere. Occhio però che, almeno a me, ha piegato le gambe.

Ritengo che questo sia il futuro, dopo la scomparsa dell’idrogeno, a mio avviso, la propulsione elettrica sia l’alternativa più valida.

Avatar di energierinnovateEnergie Rinnovate

Fino a 5mila euro di bonus per l’acquisto di un’auto elettrica. È quanto previsto dal testo unificato sull’auto elettrica adottato dalle commissioni Trasporti e Attività produttive della Camera, la cui discussione in aula è prevista per giugno.

Quindici articoli, che contemplano anche un piano infrastrutturale per la ricarica delle auto oltre a tariffe gas ed elettriche ‘promozionali’ nella fase di lancio del mercato.

Come ha già fatto il resto d’Europa, anche l’Italia si appresta dunque a varare una normativa che dia impulso alla mobilità elettrica, che rappresenta uno dei settori chiave nella costruzione di un futuro sempre più sostenibile. E che, fino a oggi, ha registrato un impegno molto maggiore da parte di alcune aziende e delle istituzioni locali che non quello dei palazzi del potere.

Meglio tardi che mai, dunque. Secondo quanto previsto dalla normativa, che compre un’auto elettrica (anche in leasing) a fronte di una…

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Quando essere “Beerbante” è un complimento…

Tutti i partecipanti

Tutti i Veterans

A volte certi incontri iniziano male, ma poi, con il tempo, e soprattutto vivere alcune esperienze ti fa capire quanto si possa sbagliare facilmente. Abbiamo partecipato ad un torneo a Perugia, lo scorso anno. Tra le squadre partecipanti c’erano i Beerbanti di Ascoli. Il torneo Perugino è andato benissimo, le abbiamo vinte tutte, giocando un bel rugby. Poi è arrivato il momento d’incontrare i ragazzi di Ascoli. Si vede che non sono veterani del rugby, ma ce la mettono tutta. Noi siamo più forti, e anche questo si vede. I placcaggi che subiscono gli ascolani sono corretti, ma duri. Si accendono le prime scaramucce. Finisce il primo tempo e loro non capiscono perché ci mettevamo tanta foga, perché giocavamo così duro. Per noi invece era rugby, solo rugby, e davanti avevamo una squadra da battere. Perché a Frascati amiamo lo spirito del rugby, degli Old, ma amiamo anche vincere. A metà del secondo tempo, un nostro placcaggio che non lasciava scampo all’avversario, sulla linea di meta ascolana, arriva ad esasperare gli animi. La scelta, molto opinabile, di lasciare il campo da parte dei Beerbanti, questo è il loro nome, ci ha lasciato basiti, e letteralmente senza parole. Nel rugby non si abbandona mai il campo. Mai! Lo strascico di polemiche, durante e dopo, è stato lunghissimo, e con scambi, a volte, al limite dell’offensivo. Dopo qualche giorno, l’intelligenza delle parti, ma soprattutto lo spirito supremo del nostro sport ci ha fatto dare l’appuntamento, sul campo, per appianare i diverbi. L’occasione è stata quella del torneo di Ascoli, svoltosi il giorno della festa della Repubblica, il 2 giugno. Nei giorni precedenti, abbiamo rischiato di non andare, un po’ gli infortuni, un po’ i molti impegni sportivi che la nostra squadra ha sostenuto ultimamente ci ha decimato. La voglia di andare però era tanta. Talmente tanta che il nostro capitano, Stefano Marcotulli, a dispetto di uno strappo sul quadricipite ha voluto esserci. Ed esserci per giocare. Alla fine eravamo in venti. Tutti motivati al punto giusto, in barba a chi diceva di non andare. Il viaggio in pulman è stato piacevole, il clima era giusto, e al seguito c’erano anche qualche nostra signora e soprattutto dei bambini. Siamo arrivati ad Ascoli alle 13.30, ed il colpo d’occhio è stato piacevole da subito. Un campo d’erba curatissimo, ed intorno alberi e prati. Non potevano mancare il chiosco delle olive ascolane e quello della birra. I ragazzi di Ascoli, hanno voluto incontrare subito noi. La prima partita infatti si è tenuta alle 14.30. In campo eravamo 15 contro 15, ma la loro panchina era molto folta. La partita non è stata per niente facile. Faceva un caldo pazzesco. I ragazzi Ascolani, erano motivati, e certamente non era la stessa squadra di Perugia. Questa volta placcavano duro anche loro. Ma tutti eravamo attenti ad essere corretti. Più attenti del solito direi.Nella prima fase del primo tempo la partita è stata sempre in bilico. Solo un tremendo uno due, nel finale del primo tempo, ci ha permesso di controllare l’incontro nel secondo. I ragazzi di Ascoli sono migliorati, ed hanno giocato una bellissima partita. Neanche l’apporto in campo del grandissimo Serafino Ghizzoni ha potuto evitare loro la sconfitta. L’abbraccio, ed il tunnel finale, in onore dei Beerbanti, sancivano la fine della discussione che durava da Perugia, e aveva lasciato un po’ tutti con l’amaro in bocca. Tutto era tornato apposto ed ora sentivamo di avere dei nuovi amici. Le partite seguenti sono state contro i ragazzi di Viterbo, che però rimaneggiati, non ci hanno dato molto filo da torcere e  contro il Cesena, con il quale non siamo stati capaci di andare oltre lo zero a zero. Quest’ultima partita, è stata poi interrotta a causa di un arbitro, probabilmente, non all’altezza della bella partita che si stava giocando. E’stato piacevole, al termine delle partite e dopo la doccia, sdraiarci sull’erba a rilassarci un po’. I bambini avevano giocato tutto il giorno e le signore avevano approfittato per prendere quel sole, che fino ad oggi, ha fatto fatica a farsi vedere. Purtroppo la nostra infermeria doveva segnalare altre due presenze: Stefano Marcotulli, ha avuto una ricaduta, e lo strappo è riemerso, forse peggio di prima; Danilo Di Nicola, ha avuto un esordio breve e triste, giocando pochi minuti e lussandosi una spalla. Cose che capitano nel nostro sport.

Tutti aspettavamo l’inizio del terzo tempo li. Invece i nostri amici ci hanno fatto salire sul pulman, e fatto seguire Emilio su una Smart. Ci ha portato in una immensa sala, già piena di gente, dove si sarebbe svolto il terzo tempo. L’organizzazione era di altissimo livello. Lo si poteva vedere dai grembiuli dei Beerbanti e delle Badanti, da come si muovevano e dal fatto che tutti sapevano quello che c’era da fare. La serata è volata e tra del buon cibo, canti ed anche un siparietto fatto da alcuni Beerbanti si è fatta quasi mezzanotte. E’ stato sicuramente il miglior terzo tempo a cui abbia mai partecipato. E tornando verso casa, stremato per la giornata dura, riflettevo sul fatto che ancora una volta il rugby, che sul campo ci ha fatto affrontare come belva feroci, fuori dal campo ci ha fatto abbracciare come fratelli. Complimenti ragazzi siete delle splendide persone. Non vedo l’ora di avervi ospiti da noi, sperando di riuscire ad organizzare un evento bello come il vostro.

Penso che sia un’informazione molto utile. Io vado.

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dall’ufficio stampa FIR

I Campioni del Mondo della Nuova Zelanda nel Cariparma Test Match del 17 novembre, poi l’edizione 2013 dell’RBS 6 Nazioni che porterà nella Capitale la Francia nella prima giornata del 3 febbraio, il Galles vincitore dell’ultima edizione il 23 febbraio ed infine l’Irlanda il 16 marzo, vigilia di San Patrizio, per una grande festa finale insieme ai tifosi dell’Isola Verde.

Dopo aver registrato il tutto esaurito per le due partite del 6 Nazioni 2012, il grande rugby torna allo Stadio Olimpico di Roma per offrire tra novembre e marzo agli appassionati di tutta Italia quattro incontri di altissimo livello, proiettando Roma al centro del pianeta-rugby.

Lunedì 4 giugno dalle ore 12.00, tramite i consueti canali d’acquisto di FIR (www.federugby.it) e LIS (www.listicket.it, Call Center 892.982 e nelle ricevitorie LIS di tutta Italia) partirà la prevendita per le quattro grandi sfide dell’Olimpico e la Federugby ha annunciato oggi i prezzi degli abbonamenti e delle speciali offerte che caratterizzeranno da subito…

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Le contraddizioni della nostra società.

In questi giorni sto seguendo tutta la storia relativa al calcio scommesse. Come sempre capita questi fatti danno lo spunto per fare delle considerazioni molto più ampie. Mi sono ripromesso di non parlare mai di politica nel mio blog, e manterrò questa promessa. Ma quando in una società così detta civile, in uno Stato come il nostro, in un momento così delicato, sia dal punto di vista sociale, che economico qualcuno, che guadagna centinaia di migliaia di euro l’anno, si permetta di fare illeciti per la sola sete di avere di più. Non è solo riprovevole delinquere, ma lo è ancora di più in quanto fatto non per esigenza. Ai colpevoli, e solo a loro, la condanna che vedo adeguata è quella dei lavori socialmente utili, a mille euro al mese. Tornando ai calciatori, o ai dirigenti delle squadre coinvolte, leggevo i nomi degli indagati o degli arrestati, e spiccano personaggi come: Mezzaroma, Mauri, Conte, Criscito, Sculli, e molti altri meno noti. Ma come caspita si fa a, non avere problemi economici, e mettere a rischio il futuro proprio, della propria famiglia, oltre alla reputazione e alla fiducia di migliaia di persone, per avere di più del già tanto. Guadagnano tutti delle cifre esorbitanti, ed in più fanno un lavoro bellissimo, invidiato da ogni adolescente. Il presidente del Siena, per esempio, c’è partito da Roma dove fa il costruttore e guadagna milioni di Euro, per andare a combinare incontri per arrivare in seria A. Calciatori e ex, amati e rispettati come divinità antiche, che si abbassano ad un livello veramente infimo. Ora chiaramente vanno attese le sentenze dei giudici: ordinari e sportivi, ma anche nel mondo del calcio, per risistemare tutto, andrebbe attivato uno tsunami. Andrebbero azzerati sia i vertici delle società colluse, che quelli federali. Lo sport dovrebbe trasmettere valori, invece è al livello dei nostri più bassi politici. Abbiamo potuto leggere con quale facilità, i dirigenti amministrativi dei partiti politici, senza alcuna differenza di schieramento e credo, manipolino i nostri soldi, perché sono i nostri soldi, per farci il loro porco comodo. Comprano diamanti, case, finanziano attività extra politiche e forniscono “paghette” ai figli dei leader, fanno vacanze su yacht da milioni di euro in cambio di appalti e chissà quante altre cose alle nostre spalle. Questi sono gli esempi che i nostri figli hanno. Ed un genitore, che già fa fatica a confrontarsi ogni giorno con le sollecitazioni che arrivano ai nostri figli, cosa dovrebbe fare? Cosa dovrebbe insegnargli? La tentazione sarebbe quella di reagire contro: non si va a votare, non si partecipa a quello, non si compra quell’altro. Ma è sbagliato! Non si costruisce niente essendo solo contro. Ma nel nostro paese, in questo momento, non ci sono neanche le premesse per ricostruire. Mio nonno mi diceva sempre che quando la vigna non dava più il frutto, andava distrutta, bruciata e ripiantata. Solo così si sarebbe potuto sfruttare la terra, di per se, fertile. Cosa altro ci debbono fare per iniziare a distruggere la vigna? La terra è fertile. In Italia ci sono tante piante che vorrebbero dare dei frutti, ma non vengono messe in condizione. Forse è ora di reagire, e non di mettere la testa sotto la sabbia. Qualche segnale all’orizzonte pare esserci, ma non basta. Serve un cambio radicale di mentalità. Non è giusto che ognuno di noi covi nel cuore il desiderio di lasciare questo stato, a favore di altre nazioni, in cerca di quello che invece dovremmo pretendere qui. Ci ho pensato tante volte, ma un po’ mio figlio, un po’ la certezza che la mia patria mi mancherebbe troppo, non mi hanno mai fatto maturare la reale voglia di andarmene. L’auspicio che mi faccio è quello che, la maturità di ogni cittadino onesto, faccia venir voglia, o renda necessario, a chi non lo è di fuggire da questo nostro stupendo paese. Per il momento gioco e seguo il rugby, non il calcio.

Old Rugby Frascati – Olney…una giornata da ricordare

Old Rugby Frascati - Olney

Il fine partita.

E’ passato oltre un mese da quella partita, ma il ricordo è ancora vivo, soprattutto in alcuni miei compagni di squadra che ancora si stanno rimettendo dagli infortuni subiti. Ma spalle o zigomi rotti, non hanno stemperato il clima che si è creato dopo quell’incontro. E se oltre Manica, usano il termine “grassless” per descrivere il nostro campo, noi rimaniamo orgogliosi dell’impresa. Proprio per provare a non perdere quel ricordo, ho deciso di mettere in ordine un po’ di materiale che è stato pubblicato per l’occasione. Inizio con l’articolo uscito sul Il Mamilio:

http://www.ilmamilio.it/castelli_sport.asp?id=2470&by=a&com=notizie_eventi

A seguire è uscito un articolo su “Il Tempo”, il titolo la dice lunga sia sulla qualità dei nostri avversari, sia sull’importanza del risultato:

Articolo su “Il Tempo”

Nei giorni scorsi poi, Will Greenwood ed i suoi amici, hanno pubblicato su YouTube un video molto divertente di cui allego il link:

E’ stata una bella giornata di sport.

Quando batteremo noi i Barbarians???

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Bella partita a Gloucester tra la nazionale di Declan Kidney in partenza per il tour in Nuova Zelanda e i Barbarians di John Kirwan, reduci da un ko pesante contro l’Inghilterra a Twickenham.
Il club in bianco e nero vince 29 a 28 una gara giocata sempre punto a punto e portata a casa grazie a una punizione messa tra i pali dal trequarti argentino al 78′. Marcatura anche per il “trevigiano” Van Zyl, che realizza una meta al 18′ del primo tempo.

The scorers:

For Barbarians:
Tries: Balshaw, Van Zyl, Sackey, Tindall
Cons: Contepomi 3
Pen: Contepomi

For Ireland:
Tries: Earls, Gilroy 2, Zebo
Cons: O’Gara 4

Barbarians: 15 Cedric Heymans, 14 Paul Sackey, 13 Mike Tindall, 12 Damien Traille, 11 Sailosi Tagicakibau, 10 Felipe Contepomi, 9 Rory Lawson, 8 Raphael Lakafia, 7 Francois Louw, 6 Mamuka Gorgodze, 5 Cornelius van Zyl, 4 Mick O’Driscoll (c), 3 John Afoa…

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La profezia dei Maya.

Di sicuro viviamo in un’era in cui l’enorme diffusione e la grande velocità con cui le notizie viaggiano, ci permette di conoscere quanto, di bello o di brutto, succede nel mondo. Certo è che, a mia memoria, non ricordo una catena di disastri naturali così lunga: terremoti, tsunami, eruzioni. Sarà questo il motivo per cui, nell’ultimo periodo, mi vengono spesso in mente i Maya e la loro profezia. Questo popolo, trucidato dagli scopritori spagnoli, ed in seguito anche da tutte le altre popolazioni europee colonizzatrici, in virtù del loro credo hanno anche bruciato migliaia di libri di quei “pagani” popoli barbari. Il quei roghi sono bruciate anche centinaia di risposte ad altrettante domande. Queste popolazioni, che dagli occidentali venivano etichettate come preistoriche, avevano una cultura immensa, ed hanno ipotizzato un evento che, a loro modo di vedere, cambierà il corso della storia. Secondo il loro calendario, più di 2.500 anni fa questi popoli avevano già un calendario, osservavano gli astri e costruivano opere che ancora possiamo osservare, – non capendo ancora come hanno fatto a realizzarle -, danno anche una data precisa di quando questa apocalisse dovrà accadere, ossia: il 21 dicembre del 2012. Cito Wikipedia:

Il 21 dicembre 2012 è la data del calendario gregoriano nella quale secondo alcune aspettative e profezie si dovrebbe verificare un evento, di natura imprecisata e di proporzioni planetarie, capace di produrre una significativa discontinuità storica con il passato: una qualche radicale trasformazione dell’umanità in senso spirituale oppure la fine del mondo. L’evento atteso viene collegato temporalmente alla fine di uno dei cicli (b’ak’tun) del calendario maya. Nessuna di queste profezie ha alcun fondamento scientifico e sono state più volte smentite dalla comunità geofisica e astronomica. Anche la maggioranza degli studiosi della storia dei Maya confuta queste affermazioni. (fonte Wikipedia)

Il cielo alle 0 UTC del 21 dicembre 2012

Il cielo alle 0 UTC del 21 dicembre 2012

Ci sono moltissime leggende, e a poche, o forse a nessuna di esse, io credo. Certamente so che Zeus, Odino, o altri miti sparsi per il mondo nascono dal mix sapiente di qualche mente illuminata e dalla credulità popolare. Ma sarà il crescendo di tutte queste catastrofi naturali che stanno dilaniando e uccidendo in tutto il pianeta; sarà che le informazioni hanno una capillarità, ed una velocità, esponenziale, quindi ci arrivano dentro casa mentre stanno succedendo, senza avere confini; sarà che su Sky, ultimamente facendo zapping, vedo in continuazione i seguenti film: 2012 e The day after tomorrow; ma non nascondo che il pensiero di una catastrofe imminente, mi frulla spesso per la testa, e non dico che sia paura, ma qualcosa che assomiglia al preludio dell’angoscia. Ci sono dei dati inconfutabili. Sia i popoli centro americani, come: Maya e Aztechi, sia alcuni popoli del nord Africa come: gli Egiziani, avevano delle conoscenze degli astri che si avvicinano a quelle odierne. Basti pensare alla proiezione celeste sulla spianata di Giza, che, secondo accredidati studi riprenderebbe la cintura di Orione, ed il Nilo sarebbe stato la proiezione della via lattea. Oppure i misteri sulla costruzione delle piramidi, sia Egiziane che Messicane. Il mistero sulle figure Nazca. Ce ne sono tante, troppe, di cose senza spiegazioni, di misteri irrisolti. La mia personale opinione è che ci fossero delle conoscenze, apprese chissà da chi, e chissà da dove, che sono andate perdute. E se tra queste conoscenze ci fosse anche quella che prevede uno studio approfondito sui eventi come terremoti, o altre calamità naturali?? Certo che se fosse vero, al 21 dicembre mancherebbe veramente poco. Se poi mi fermo a pensare a tutte le cose che ho da fare. A tutti i viaggi che non ho ancora fatto. Mi trovo a fantasticare sulla lista, mai stesa, dei miei desideri prima della catastrofe. Mi accorgo che ci sono alcune cose non più rimandabili. Mi piacerebbe almeno una volta fare: una traversata oceanica, il giro d’Europa in moto, lanciarmi con il paracadute, mangiare il Guacamole in Messico, fare il giro delle Nuova Zelanda in barca a vela, vedere vincere una finale di coppa del mondo di rugby All Blacks – Italia (giocata in Francia), vedere le balene in Argentina (qualcuno lo ha già fatto, e ancora rosico), fare la route 66 in su una Harley Davidson 883, vedere mio figlio che si laurea ad Harvad, vedere un concerto di Adele, imparare l’assolo chitarra di “Wish  you were here”, vorrei poter vedere crescere mio figlio ed emozionarmi per i suoi successi, vorrei poter assaggiare tutti i Ron (rum) del mondo e poter decidere qual’è il migliore…vorrei tantissime altre cose, ma probabilmente non farei in tempo a farle in una vita intera, figuriamoci in poco meno di sette mesi.

L’emozione di un’emozione.

Il week end scorso, la squadra di Filippo, l’under 10 dell’ASD Mini rugby Frascati, ha partecipato al Torneo Brugato. Un evento che, oramai da anni, si svolge presso il centro sportivo dell’Acqua Acetosa. Anche quest’anno il torneo si è svolto in un contesto, nel complesso, sicuramente molto piacevole. I ragazzi poi, hanno preso la manifestazione nella maniera giusta. Il sabato hanno giocato tre incontri vincendoli tutti. Hanno battuto avversari di tutto rispetto come: le Fiamme Oro o la Primavera Rugby. Mi ha molto colpito lo spirito, la grinta con il quale tutti hanno affrontato questo impegno. Ogni volta poi che osservo il viso di mio figlio, la classica faccia d’angelo, con gli occhioni da cerbiatto e capelli biondo-rosso, e poi osservo lo stesso viso in campo, debbo mi fa un po’ strano. Un bambino, sicuramente vivace, ma decisamente a modo, che si trasforma in un piccolo Parisse. Un guerriero che placca e ruggisce all’avversario come il più consumato dei rugbisti.

Frascati Under 10

Il dream Team

Tutto il torneo, ha avuto da parte di Filippo e di tutti i suoi compagni, un motivo comune: la grinta. Hanno affrontato anche gli incontri per accedere alle finali, che si sono svolti la domenica mattina, con una carica agonistica impressionante. Non comune in bambini di dieci e nove anni. Correvano su tutte le palle, placcavano anche le mosche che passavano di li per caso, facevano indietreggiare tutti gli avversari. Uno spettacolo. Ma questo punto di vista può sembrare esagerato, pare visto con gli occhi di un padre che osserva il figlio. Un signore di Rieti, ed era li per assistere al torneo del nipote, passava vicino al campo dove si svolgeva l’incontro della domenica tra: Frascati e Tor Tre Teste. Si è fermato a vedere tutta la partita, e mi ha confessato di aver visto poche squadre, formate da bambini di quell’età, giocare in quel modo, come stava giocando il Frascati. Ovviamente di questo va dato merito agli allenatori, ed anche alla società, ma ritengo che il materiale umano che stanno plasmando è di altissimo livello. La domenica mattina si è conclusa con un risultato decisamente al di sopra di tutte le più rosee previsioni. La squadra di Filippo aveva vinto tutte, e dico tutte, le partite, giocando un bellissimo rugby. Molto “Frascatano” come stile, incentrato sul contatto fisico, la difesa, la vittoria dei punti d’incontro, ma anche molto intelligente nelle soluzioni d’attacco. Quella striscia di bei successi, ha permesso di accedere alla finale per il primo e secondo posto, che si sarebbe giocata sul campo centrale, alle 16.00. La soddisfazione era talmente tanta che ho chiamato mia sorella per raccontargli l’impresa, e lei, munita di marito e figlie, è venuta a vedere il nipote che avrebbe disputato la finale. La giornata era caldissima, e dopo pranzo la temperatura quasi estiva si è fatta sentire tutta. L’emozione di questi piccoli uomini di 10 anni era tangibile, anche dagli spalti. Con la manina sopra la fronte, a ripararsi gli occhi dal sole, tutti davano uno sguardo alla tribuna gremita. Quasi a cercare, il genitore, l’amichetto, la cugina, sicuramente tutti osservavano la quantità di gente che li stava guardando. Prima di disputare la loro finale, ci sono state quelle della under 6, e poi dell’under 8 (dove per altro il Frascati ha vinto). Hanno passato questi minuti facendo una serie di esercizi di riscaldamento, ma con un occhio erano sempre li: tra il campo da gioco e le tribune. Ad urlare saremo stati forse in 2.000, il clima era bellissimo, e lo spirito quello giusto. Entrano in campo. Sono tesissimi. Si urlano qualcosa d’incrompresibile tra loro, un po’ per darsi le posizioni, un po’ per cercare di sciogliere la tensione. Anche io sono emozionato. Calcio d’inizio ed è subito partita vera. Bellissimi scambi dall’una e dall’altra parte. Scatti e placcaggi a raffica. Il Frascati, a mio avviso, gioca meglio ma prende due mete, una di seguito all’altra, per distrazione (emozione). Sabato, ma anche la mattina della finale, non le avrebbero prese. Lorenzo, il loro allenatore, urla qualcosa ed è il meta per noi. Ma sul calcio di rimessa, perdiamo la palla e vanno sul tre a uno. Filippo lotta come un leone. Si vede che la sente quella partita. Prende un placcaggio, e gli fa male, ma non esce. Non ne ha la minima intenzione. In quella finale vuole esserci. Lui, che non è un gran placcatore, ne fa tanti. In un’azione ne prende tre. Arriva la meta che porta il risultato sul tre a due. La fa Matteo, un bimbo che a guardarlo non dovrebbe fare questo sport, ed invece placca e segna come Masi. Finisce il primo tempo. L’acqua è la prima cosa che vanno a cercare. Fa caldo ed hanno tutti corso tantissimo. Bevono, si bagnano i capelli. Lorenzo li stimola al punto giusto. Sono li tutti seduti intorno al loro allenatore e lo ascoltano con attenzione. Rientrano in campo ed è subito pareggio. Il mio cuore dice che ce l’avremmo fatta. Dopo quella meta, ho rivisto nei loro occhi la voglia e la determinazione che avevo visto per tutto il torneo. Come una doccia fredda è arriva la meta del quattro a tre degli avversari, che ha letteralmente bloccato le gambe dei nostri ragazzi. Non fanno in tempo a capire cosa è successo, che ne subiscono subito un’altra. Sul risultato, a quel punto, acquisito, non hanno però smesso di lottare. Questo sport t’insegna tre cose fondamentalmente: la prima che per fare pochi metri devi fare tanta fatica, la seconda che per avanzare devi avere il sostegno del compagno, e la terza, a mio avviso la più importante, a non mollare mai. Loro non lo hanno fatto. Hanno finito la partita sulla linea di meta degli avversari, senza riuscire a farla. Che bellissimo esempio per tutti quegli adulti sugli spalti. Il vero insegnamento, come capita spesso, ce lo hanno dato loro. Se  noi, così dette persone mature, mettessimo in pratica nella vita quello che abbiamo potuto vedere sul quel campo, da quei venti piccoli uomini, andrebbe tutto decisamente meglio.

Fase di gioco

Roma Primavera – Frascati

Ma poi succede quello che non ti aspetti. Sono sceso dagli spalti, e mi sono avvicinato a Filippo, e ai suoi compagni, per andargli a fare i miei complimenti. Se li erano veramente meritati. E ho trovato quei tredici leoni: a piangere. Filippo era un fiume in piena, non riusciva a fermarsi. Gli occhi gonfi, i singhiozzi, per quel risultato che non erano riusciti a portare a casa. Il manuale del bravo papà, in quelle quelle circostanze recita che bisogna rassicurare il proprio figlio e spiegargli che la vita va così: a volte si vince, e a volte si perde; in ogni caso bisogna essere forti ed accettare il verdetto del campo. In parte l’ho anche fatto, ma anche io con le lacrime agli occhi. Solo in quel momento, ho capito quanto quei ragazzi fossero veramente un gruppo, un bel gruppo. Ma soprattutto quanto contava per loro vincere quella partita. Quel rettangolo di gioco, per loro, era il frutto di due giorni di sforzi; tutti quegli scatti, quei placcaggi erano mossi da uno spirito superiore che li ha uniti, sin dall’inizio del torneo, ma forse anche da prima. Mi era già capitato di piangere per mio figlio, o anche condividere uno suo stato d’animo. Non mi era mai capitato di piangere con mio figlio.